Il Collegio

La fondazione del Collegio
Non sempre la storia è maestra di vita, ma riflettere sul passato può essere utile per capire verso quale direzione andare.
Proprio per questo è importante ricordare in quali circostanze è nato il Collegio di Padova, una esperienza non calata dall'alto, ma pensata e voluta dagli ingegneri di Padova.
Sono trascorsi parecchi anni da quando, il 5 maggio 1977, è nato il Collegio degli Ingegneri della provincia di Padova.
A dire il vero un Collegio degli Ingegneri era già stato fondato a Padova nel 1906, quando ancora non esistevano gli Ordini Professionali. In assenza dell'Ordine, il principale obiettivo era allora la difesa della professione e il suo riconoscimento giuridico per arrivare, come in effetti si arrivò nel 1922, alla creazione di un albo professionale specifico, con un ben definito ruolo di competenze esclusive.
Settanta anni più tardi nasce l'attuale Collegio. Diciassette ingegneri ne hanno firmato l'atto costitutivo, ma molti di più sono stati i colleghi che hanno partecipato ai numerosi incontri e alle vivaci discussioni per impostare le linee guida della nuova associazione. Si voleva dare forma ad un organismo che potesse sviluppare tutte quelle iniziative, soprattutto di carattere formativo e culturale che esulavano dai compiti istituzionali dell'Ordine, e far emergere quella matrice culturale comune che caratterizza tutti gli ingegneri nell'esercizio della professione, indipendentemente dalle loro specializzazioni, superando barriere che allora erano evidenti. Ed infatti tra i promotori figuravano liberi professionisti, dipendenti d'azienda, dipendenti pubblici, imprenditori, e docenti, tutti uniti dallo scopo di rompere gli schemi tradizionali e di creare una struttura nella quale il socio doveva rappresentare, come diceva l'allora presidente Gian Carlo Ravagnan il fulcro attorno al quale doveva muoversi tutta l'associazione. La relazione di Gian Carlo Ravagnan, alla prima assemblea, il 20 gennaio 1979 così concudeva: "come si svilupperà e cosa farà il Collegio dipende solo dagli ingegneri suoi soci, per ora quelli attuali si meritano un grossissimo plauso".
Il successo del Collegio fu immediato: segno questo che i tempi erano maturi per la nuova associazione e che corretta era l'intuizione dei soci promotori.
Dopo un anno si poteva contare su 200 soci; a quattro anni dalla sua fondazione il Collegio aveva 332 iscritti; nel 1985 si superò il numero di cinquecento.
A questo punto nasceva il problema della diffusione delle idee e l' esigenza di aprirsi alla discussione anche nei confronti della società civile: ci voleva un giornale.
Nel 1989 esce il primo numero di Galileo, la rivista del Collegio, voluta e fondata dagli ingegneri, ma aperta a tutti, soci e non soci.

I soci fondatori
Chi erano i soci fondatori del Collegio?
Erano per la maggior parte giovani ingegneri che sentivano l' esigenza di fare qualcosa di nuovo e di diverso in un ambiente a quell'epoca piuttosto chiuso e conservatore.
Accanto a loro vi erano anche colleghi di maggiore esperienza con personalità di grande spessore morale e professionale, che hanno avuto la capacità di comprendere le istanze dei loro più giovani colleghi.
Sarebbe lungo elencare tutti i nomi di quanti si sono spesi per far nascere il Collegio. Oltre a Gian Carlo Ravagnan, che è stato il primo presidente del Collegio, sono comunque da ricordare Mario Gamba, allora presidente della Commissione dipendenti d'azienda, che tanto ha operato per il riconoscimento del ruolo professionale degli ingegneri dipendenti, Giorgio Mose poi apprezzato presidente dell'Ordine e della Federazione, Renato Bucchi tesoriere dell'Ordine e docente universitario, Ferruccio Letta allora presidente dell'Ordine, che con il suo avvallo e la sua presenza ha dato inizio, nella politica dell'Ordine, a quella svolta di apertura nei confronti di tutti gli iscritti e del mondo esterno che è poi continuata fino ai nostri giorni.

L'attività
Attraverso l'organizzazione di corsi, convegni, incontri su temi diversi e di grande attualità, è sempre stata curato con particolare attenzione l'aspetto culturale e formativo del Collegio.
Verso la fine degli anni '90 si sono poi creati dei gruppi di studio per un più adeguato ed accurato approfondimento di specifiche materie, allargando secondo formule nuove la funzione specifica del Collegio di fare cultura. Questi gruppi di studio funzionano tuttora. L'operare nell'ambito culturale e formativo dell'ingegnere significava allora, ma significa ancora oggi, dare maggiore dignità ad una professione e ad una categoria che non doveva rimanere chiusa in se stessa, ma confrontarsi con tutte le altre componenti sociali e professionali.
Bisognava in quegli anni far emergere la figura dell'ingegnere dal suo ruolo tradizionale di buon tecnico esecutore delle altrui decisioni, per portarlo ad essere protagonista attivo e consapevole nella società.
Ecco allora, che oltre ai corsi formativi, e ai convegni tecnici, sono stati allacciati rapporti con il mondo accademico, con le associazioni degli industriali, degli artigiani, con il mondo amministrativo e politico, che hanno portato ad interessanti e proficui incontri con importanti personalità rappresentative del mondo esterno per un confronto su problemi di varia attualità.

Le prospettive
Come dovrà esprimersi oggi il Collegio e quale sarà la strada da intraprendere per il futuro sul solco della tradizione ma nello spirito di un profondo rinnovamento?
L'esperienza originaria va evidentemente situata in un preciso momento storico e culturale:
Oggi si respira un clima molto diverso; la crisi dell'associazionismo, un malessere diffuso ed una certa sfiducia nelle istituzioni, rendono impossibile replicare o copiare il Collegio d'allora.
Ma alcune circostanze sono ancora vive, o addirittura più forti: la qualificazione culturale, la formazione permanente, il bisogno di non lasciarsi soffocare da un certo tecnicismo di maniera.
Questa può essere la nuova frontiera del Collegio; da una parte curare con attenzione, in collegamento con l'Università (oggi molto diversa da quella di allora), l'aggionamento professionale; dall'altra fornire gli strumenti culturali perché gli ingegneri siano sempre più in grado di leggere ed interpretare la complessa realtà sociale in cui viviamo.
Il Collegio deve allora agire, anche in sinergia con gli altri organismi e categorie professionali, per dare ai suoi soci quella formazione complessiva e complessa, non solo tecnica ma aperta ai problemi gestionali, economici, sociologici, della comunicazione, che oggi e ancor più domani fa distinguere il professionista da un tecnologo unicamente preoccupato del fare.
D'altronde lo scenario in cui oggi operiamo non è solo nazionale. Il confronto con la realtà europea, e molto presto anche con quella extraeuropea, costringe i professionisti ad una diversa apertura. Il Collegio può, in questo ambito, svolgere un ruolo fondamentale per affrontare non solo le nuove tecnologie, sempre in evoluzione, ma anche una complessità di azioni che richiedono flessibilità culturale e competenze diversificate.

A cura di Gian Luigi Burlini e del Consiglio Direttivo del Collegio

Padova, 10/11/2005